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日志


2008年2月

Elogio dell'amore

Sono giunto a conclusioni profonde in così piccola e tenera età, che spesso dubito che esista qualcuno che mi guardi con occhio benevolo. Giungi a piacerti un individuo, bello, mostruoso, uomo o donna che sia, e questo prototipo di surrogato umano in  qualche modo non funziona con te. Ama qualcun altro? Spessissimo. Gli parli un paio di volte e ti dici << ma è di questo pianeta??>>? Spessissimo. Gli parli, c’è intesa, si fa del sano sesso e poi iniziano le strazianti agonie di gelosia , i “pucci- pucci” smielosi accompagnati da un coro di vezzeggiativi alquanto terribili e piuttosto disonesti. L’uomo tende ad amare un altro essere umano, perché? Perché ama solo se stesso. Siamo un essere talmente egocentrico che abbiamo così il bisogno di essere amati per sentirci in pace e “felici” col nostro grillo parlante, e siamo disposti a dare i nostri affetti a un partner che è egoista quanto noi. Bello l’amore. Mi innamoro anche io. Poi mi stanco. Essere costretto da lacci che non sono nientemeno che orridi tabù. Invidio tutti quelli che hanno la virtù del compromesso, compromesso che si creano individui di sesso opposto e non, per vivere assieme “felici”. Sopportare gli inutili rituali dell’altro, vederlo in tutti i suoi aspetti, più negativi che positivi e ascoltare ogni sua lamentela su di te, se e tutti. Io sto bene così come sono. Non voglio stare con nessuno, io voglio solo me stesso. Ed avermi è già una gara spietatissima e quasi troppo dura. Esser solo mio, così come mi sento di essere. Slegato da stupidi vincoli, ed essere leggero come l’aria. Non straspendere soldi per regalare stupidi ninnoli a ogni singola e stupida festività a un partner che li attende quasi come se fosse tuo preciso dovere. Uscire di casa con un bel manipolo di foglietti colorati, e comprare per te solo una valanga di oggetti d ogni tipo, genere e dimensione. Io sono libero. Mi sento libero. La mia anima naviga su, su nel cielo, attraverso una brezza marina, e assapora tutti i gusti dell’acqua e della terra. Io sono come un cavallo sdomo, che galoppa svincolato da ogni genere di regola e sporco guarda fiero chi si è unito in situazioni monogame e cieche, vicoli bui, che se si prova a ripercorre a ritroso, si troverà solo sofferenza, dolori e rimpianti. Ho già un piccolo rimpianto, ed è come un piccolo macigno, un pendolo, che batte sopra il mio petto. Io non voglio rimpianti. Voglio vivere , come voglio. Da solo. Ma non in solitudine. Forse qualcuno un giorno mi domerà, forse, ma mi domerà solo apparentemente, perché io dentro volo leggero e veloce. E appena tenderà la mano per costringermi un poco di più, io di proposito, o solo per effetto naturale, morirò, tra rose, pesche e diamanti. Io non ho bisogno di te, può sembrare esser così, ma non è vero. Vola. Costringiti con chi vuoi. Vola nel tuo terreno. Io volo nel mio cielo. Un giorno sarai tu che mi verrai a cercare. Ed io allora dove sarò?

2008年2月

AzZurra

Vorrei così buttarmi giù da una rupe. Strapparmi l’anima dal cuore. Vedere il sorriso degli altri per l’ultima volta e poi non vedere più. Vagare leggero nella tavola del cielo, azzurro, rosa ed arancione. Assaporare il gusto delle persone attraversandole, versare i miei dispiaceri in una tazza e scagliarli fuori dalla finestra. Il dispiacere mi tormenta. L’ansia mi assilla. Il terrore mi offusca l’udito, e la mano gelida dell’incomprensione cinge i miei occhi, sono cieco. Faccio una passo per sbagliare, ne faccio due per rimediare. Faccio un quarto passo per sbagliare nuovamente e forse irreparabilmente. Sono dispiaciuto, spesso da quel che dico, da quel che faccio, da quello che semplicemente sono. Vorrei scappare da questo mio corpo e trovare un altro edificio per la mia anima. Mi piacerebbe così, solo, plasmare il mio carattere orrido e ribelle, solo, per renderlo più conforme al piacere di terzi. Un freddo ferro è immaginato tra le mie tempie, un ferro che naviga tra le vene del mio polso sinistro. Dopo non ci sarà nulla, sarà tutto buio? Non si vedrà niente e nessun brusio sarà percepibile? Il sonno imperituro governerà il mio corpo. E la mia anima, i miei pensieri dove andranno? Faranno forse un viaggio , un viaggio di conoscenza per amplificare i propri piaceri spirituali. Forse così il pensiero si immaginerà di incontrare una qualche sorta di divinità, e nel vederla, adorarla e compiacersi di essa. Ma se non c’è la divinità, io chi sarò? Dove andrò? Chi mi sarà di compagnia? Ci sarà con me, mai, la compagnia? O la ma unica fedele compagna sarà l’azzurra solitudine? Andiamo io e lei ovunque, mano nella mano, la sua tiene la mia, stretta, stretta. Mi fa male. Io spesso non la voglio. Io non la voglio mai. Gli unici  farmaci a questa malattia si spengono, alcuni pian piano si allontanano, altri scappano subito, altri ancora infine non entrano nemmeno in contatto con me. Invece di curarmi, o farmaco, lasciami solo, nella mia malattia, lasciami disperare, e fa si che la solitudine mi dia la forza per farla finita, per liberarmi, per volare. Stringi forte la mia mano, e poi lasciala per sempre.

2008年2月

amore pagato

<<cosa pensi dell’amore non corrisposto, del tuo, amore, non corrisposto?>. Lei lo guardò con uno sguardo intenso, con quella malboro mezza consumata che pendeva dolcemente dalle sue labbra così finemente arrossate. Rimase in silenzio. Non voleva così rispondergli. Voleva solo guardarlo, nudo, inerme, in quel letto umidiccio che sapeva di ananas e sudore. Il silenzio perdurò costante, lei avvolta in quel mantello di seta eburnea, avvinghiata nel suo piccolo sgabello di legno, lui sradicato su quel letto, avviluppato tra lenzuola nere e cuscini bordeaux. Una luce soffusa entrava debole da quella piccola finestra in alto, sopra lo specchio rotto. La malboro morì. Lui la guardava con un sorriso tra il compiaciuto e il mesto. Uno sguardo dominatore, da cacciatore esperto. Lei si fissava allo specchio, il suo occhio verde sinistro cadeva ogni tanto nel riflesso di quel membro che fino a poco prima l’aveva fatta sorridere. Un attimo. Si accese ora una gauloises. Pacchetto blu. Come il suo occhio destro. Le sigarette di suo padre. Quel padre che l’aveva venduta per così poca bellezza. Si girò lentamente. Quel uomo non le piaceva. Come si chiamava? Nessuno lo sapeva. Era soltanto lì per godere di lei? Così le avevan fatto credere. Lei che così tanto sapeva di lui. La vita, gli affetti, il denaro, i dolori. I crimini. Lui che sapeva di lei? Che era bellissima. Che la sua pelle sapeva di pesca. Le sue labbra eran come nuvole insanguinate, e i capelli come fumo biondo. Che altro sapeva? Che era una prostituta, che, disperata per la perdita del padre, il suo prezzo era più basso di qualsiasi prostituta esistente. Inoltre tra le venditrici d’amore lei era la più bella. Lui era un pazzo? Che importava. Lui era solo disperatamente innamorato di lei?Che importava. L’unico prezzo che ora scontava lei, era la certezza che il suo giochino sessuale perverso sfociava in un piccolo ed incestuoso omicidio. E lei doveva aver paura? Di cosa? Lei che non aveva nulla. La gauloises correva su se stessa, bruciata da quel fuocherello che pian piano se la mangiava. Lui continuava a fissarla in attesa di qualche banale risposta. Lei si guardò le sue candide mani. Il silenzio era il governatore di quella piccola cameretta adornata di raso e seta. Lei lo guardò e rise, debolmente,come rassegnata. A lui piacque, si gratto una natica eccitato da tanta maestria. I suoi denti risplendevano. Era un bell’uomo, affascinante, distinto, bel fisico. Crudele. Moro. Lei si alzò da quel trespolo che finora era stato il suo piccolo rifugio, lo sgabello così cadde. Lei sapeva. Lei era a conoscenza che nel suo maggior amplesso, lui godeva uccidere le sue amanti strangolandole. Estasiato da quelle lacrime che inciampavano sui piccoli visi morenti. Inebriato da quel sublime urletto che facevan prima di trapassare, mentre lui le stava ancora trapassando. Camminava lenta, su quei piccoli piedini smaltati. Si avvicinò a un comodino. Si tolse quella piccola vestaglia che la ricopriva così infantilmente. Si chinò. Apri con tanta disinvoltura il terzo cassetto. Si era staccato il pomello. La gauloises era morente. Si mise a trafugare quel misero cassettino. Che vi cercava? Lui era ferocemente incuriosito. Si volse di scatto, mano rapida, riso splendente, gli sparo, una, due, tre, quattro volte nel petto. Era morto. Con quella faccia da killer inesperto ebete. Lo guardò sprezzante. Rise di gusto. Le gauloises si era spenta. Si sedette su una poltrona e iniziò un accurato lavoro di manicure. Un cellulare suonò. Rispose, ed una voce metallica disse: << Agente Finn per….>>.
<<missione compiuta>> rispose lei suadente. Le dispiacque, rispondendo le si era spezzata una tenera unghia felina.