March, 2008
Sono stanco. Si accumulano gli impegni e gli interessi. Un
paio d’ore a vedere un barile che parla, rinchiuso in una gabbia mussoliniana.
Tanto tempo a tirar la bocca di una bestia. Lo stringi solo con due ferretti e
lo costringi in basso solo con due lacci di cuoio. Getti di notte inchiostro
blu e rosso in un quadrettato foglio di carta. Solo in cucina, con la luce
fioca della notte, e un pesante dizionario rosso sulle gracili gambe. Vedo
alcuni, spensierati, dietro un bancone, sopra una bestia, attaccati alle
vetrine. Vedo altri, preoccupati, prove da superare, colori da abbinare e denti
da pulire. Vedo me, colori abbinati celermente, sopra un animale scuro e poi appiccicato
a banchini scomodi e beige. Ho tanto da fare, e il tempo sfugge, sapone tra le
mie flebili mani. Paga soldi al mondo intero, e il viola dei capelli intanto
diventa rosso, di rabbia. Rosso rabbia. Tanta rabbia. Stanchezza infinita.
Tutti chiedono e nessuno da’. Nessuno regala. Così deve comunque essere.
Nessuno agisce disinteressatamente. Io ci provo. Ci riesco, a volte. Mi piace.
Mi fa sentire meno…. Meno qualcosa insomma…Vago con le palpebre di granito,
pronte a serrarsi in uno scatto feroce. Il pensiero di domani mi deve tener
sveglio. Adagiato tra realtà e sogno. Scrivo allora. Per perder tempo? Per
perder preoccupazione. Ho tutta la bianca notte per studiare, scrivere e
ballare. Ballare. Forse in futuro. In una grande gabbia di giungla. Scimmie,
giraffe e rinoceronti. Io grigio. Panciotto nero. E scarpe cadavere. La musica
si alza. Il paradiso entra nero in me. Due si baciano. Carini. Al loro posto?
Piuttosto morto. Entra la musica. Si infiltra in ogni poro. Torna il buio. Il
bacio finisce. La musica è morta. Il rosso dizionario è sulle ginocchia. Sempre
sulle ginocchia. Per colmare lacune, profonde lagune palustri. Incolmabili, mai
bonificabili. Vuote paludi dove cresce la gramigna della fantasia variopinta.
Una scimmietta allegra con la coda di fuoco. Vola con ali dorate, e mangia
banane argentate. Il suo nome non è Lesbino, poiché forse una femmina è. Porta
in grembo i suoi cuccioli. Verdi, blu,e argento. Occhi di fuoco come lei.
Mangiano banane. E ballano da scimmie. La danza della scimmia. Si scatenano,
scivolano sulle bucce argentate, cadono. E ridono. Cosa devon fare se non ridere?
Pensano solo a ballare. Domani. Domani chissà cosa faranno. La libertà è la
loro unica sola padrona. Regina indomita, bionda e sorridente. Io inchiodato in
una seggiolina, ora a scrivere su un lettino, poi su un grande tavolo di legno.
Butto risate a tutti, per tutto. Fortuna che rido ancora. Meglio forse
piangere. Devo andare. Scappo nella mia cucina, luogo di studio, cibo e
scimmiette colorate danzanti, figlie della mia laguna di fantasia. Scappo a
scrivere pensieri imposti da altri. Scappo a scrivere frasi inutili. Imposte da
un ippopotamo, spesso vestito male, con borsetta di Pfendi e calze rotte.